IL MIO ORIZZONTE SOCIALE

“L’attività dei sindacati entra indubbiamente nel campo della «politica», intesa questa come una prudente sollecitudine per il bene comune. Al tempo stesso, però, il compito dei sindacati non è di «fare politica» nel senso che comunemente si dà oggi a questa espressione. I sindacati non hanno il carattere di «partiti politici» che lottano per il potere, e non dovrebbero neppure essere sottoposti alle decisioni dei partiti politici o avere dei legami troppo stretti con essi. Infatti, in una tale situazione essi perdono facilmente il contatto con ciò che è il loro compito specifico, che è quello di assicurare i giusti diritti degli uomini del lavoro nel quadro del bene comune dell’intera società, e diventano, invece, uno strumento per altri scopi”

Giovanni Paolo II

 

L’elezione di Karol Wojtyła al soglio di Pietro (1978) è stato un fatto determinante per la mia vita, sia per la mia fede cristiana ma anche per la maturazione della mia attività sociale. Il richiamo di Giovanni Paolo II all’impegno sociale contraddistinse il suo pontificato sin da subito e fu per me molto attraente. Ero molto giovane, nemmeno trentenne. Ma già lavoravo nel settore edile e da tempo era iniziata la mia formazione nel sindacato. Il papa fu un grande “apostolo” del potere collettivo, in particolare di quello dei lavoratori, anche per via dei grandi cambiamenti che stavano avvenendo su scala mondiale e di cui, con sguardo profetico, coglieva implicazioni e conseguenze. Karol Wojtyła era il primo papa non italiano dal 1523 e, per di più, veniva dall’Est. La sua figura, che col tempo rivelò tutta la sua grandezza, inizialmente non poteva che generare timori negli ambienti più conservatori della politica mondiale, sia ad est che a ovest, per ragioni diverse. L’attentato al papa del 13 maggio 1981, per mano del terrorista turco Ali Ağca, fu sintomatico proprio di quanto stava maturando nel mondo e di quanto la figura di Giovanni Paolo II fosse a ragion veduta temuta.

Ero sconvolto da quell’evento, sia per l’affezione al papa sia perché mi era chiaro che il mondo stava vivendo un momento delicatissimo e che le tensioni tra i blocchi erano alle stelle. Si stavano manifestando i primi sintomi dello sgretolamento dell’Unione Sovietica; già negli anni ’70, le agitazioni degli operai polacchi erano state drammatiche e represse nel sangue, si pensi agli scioperi nei cantieri navali di Danzica. Proprio la loro ribellione mise in evidenza che il lavoro, prodotto dall’industrializzazione realizzatasi in regime di negazione delle fondamentali libertà politiche e civili nonché di pianificazione rigida, per sua stessa natura si rivelava come non compatibile con quel regime, che pure della industrializzazione aveva fatto obiettivo fondamentale. Il lavoro o meglio, per usare il linguaggio dell’Enciclica, gli “uomini del lavoro” rivendicano la libertà di associazione, di contrattazione, di sciopero, cioè le libertà negate dal sistema. In altre parole, a distanza di due secoli, stava accadendo quanto si era verificato nel Paese della rivoluzione industriale, l’Inghilterra, in cui i lavoratori avevano conquistato con lotte durissime e cruente le stesse libertà.

Nel medesimo momento storico, proprio in Inghilterra, Margaret Thatcher iniziava un’opera di ridimensionamento dello Stato Sociale e di contrasto all’azione dei sindacati, oltre che di importanti privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e alle tasse; negli USA, Ronald Reagan avviava la sua politica della deregulation.

I due principali blocchi del mondo si ritrovavano quindi in un momento di trasformazione dei loro assetti politico-istituzionali; da qui la consapevolezza di Giovanni Paolo II che le riforme del sistema economico-politico vanno principalmente valutate in base agli effetti che hanno sul lavoro e su chi lavora, e da qui l’indicazione di rimettere il lavoro al centro della vita sociale, concependolo non solo come un dovere ed un diritto, ma soprattutto come un bene: il lavoro è quindi la chiave dell’intera questione sociale, e non solo della questione operaia.

Per comprendere la portata dell’insegnamento di Giovanni Paolo II, si pensi che nel 1982 un autorevole sacerdote e filosofo polacco, Józef Tischner, pubblicò un saggio rivoluzionario, Etica della solidarietà e del lavoro, che riprendeva i principi esposti da Giovanni Paolo II nella Laborem exercens ed evidenziava come la crisi polacca non fosse soltanto una crisi politica. Si trattava secondo Tischner di una crisi del lavoro, ma non meramente economica, dovuta agli errori compiuti dal regime comunista e alla socializzazione dei mezzi di produzione. Tischner sosteneva qualcosa di molto profondo: la crisi polacca era essenzialmente una “patologia del lavoro”, era il fenomeno del “lavoro senza senso”.Si trattava quindi di una crisi del significato umano del lavoro.

Essa era, quindi, di carattere etico, e proprio nell’etica l’autore ricercava le ragioni della liberazione da un regime opprimente e disumano. I polacchi trovarono queste ragioni in primo luogo nel magistero di Giovanni Paolo II, nella sua enfasi sulla centralità della persona umana – “l’uomo è la via della Chiesa” – e nel giro di pochi anni un manipolo di operai, partiti dai cancelli dei cantieri di Danzica, riuscì a diventare un popolo e a scardinare quello che all’epoca solo a pochi politici illuminati appariva lucidamente come l’“impero del male” e non il “corso inevitabile della storia”

È la vicenda di Solidarność, la prima organizzazione sindacale indipendente del blocco sovietico, e del suo leader Lech Wałęsa, premio nobel per la pace nel 1983 e presidente della Polonia dal 1990 al 1995. Nel 1989, a partire dalla Polonia, l’Europa dell’Est veniva liberata dalla Cortina di Ferro.

Questa è la missione del potere collettivo e l’esito della sua azione.

 

TRATTO DA “DIGITALE E POTERE COLLETTIVO. DA MARCO BIAGI A INDUSTRY 4.0” di Raffaele Bonanni e Giuseppe Sabella.